venerdì 29 aprile 2011

Peggio dei partiti ci sono soltanto i sindacati

Prima di tutto vorrei capire il che cosa può o dovrebbe “fregare” al sindacalista di turno se un’attività commerciale a conduzione strettamente familiare e senza dipendenti (e ce ne sono tante), decide di aprire il 1° maggio, il 25 di aprile o quando ritiene sia necessario per poter pagare le sue spese o gli affaracci suoi.
Stessa cosa nel caso un commerciante o un vattelappesca, che seppur con dei dipendenti, che naturalmente lascerebbe al giusto riposo, volesse tirare su la serranda per guadagnare quel qualcosina.
Qualcosina, che anche una sola giornata lavorativa con l’ovvio (si spera) incasso annesso, in tempo di crisi è pur sempre della manna dal cielo.
O il “bontempone” preferisce si chiuda (fallimento), per poi lasciare a spasso gli altrui dipendenti?
O forse ‘sti signori vogliono “comandare” anche dove non è richiesto e dove non sono per niente graditi?
Personalmente di sindacati e sindacalisti ne ho visti a migliaia nel mio girovagare nel globo, e se non posso dire niente di male di quelli che ho conosciuto all’estero, beh, di quelli italiani non ne vorrei proprio parlare.
Un momento non tutti, ma una buona parte di certo, e poi, quando ce vo’ ce vo’.
E di sindacalisti con la “S” maiuscola come nei tempi passati … e che pensavano “solamente” al bene dei lavoratori a mo’ di giusta e buona missione, beh; non è che in giro se ne vedano poi molti.
Per lo più sembra che siano in grado di coinvolgere solo quelli che credono che il dire “NO” perenne possa risolvere i problemi degli altri.
Ma i risultati finora ottenuti e che se comparati con gli altri sindacati delle altre nazioni, invero dovrebbero spiegare che la giusta strada non sia proprio quella.
E nel ce vo’ “rubo” qualche pezzo a Eisenheim (Front page) che m’è piaciuto e che così dice.
A rappresentare cittadini e lavoratori peggio dei partiti politici, o di quello che ne resta, in Italia sono rimasti solo i sindacati. Carrozzoni autoreferenziali utili solo per permettere ai signori dei piani alti di entrare dalla porta principale dei Palazzi, ormai hanno totalmente perso il contatto con la realtà, ubriacati anche loro dalla brama di potere. Invece di bloccare il Paese per costringere il governo a fare in cinque giorni una legge che tuteli veramente gli operai, i precari, i dipendenti all’ultimo gradino della scala sociale, i sindacalisti continuano a portare avanti un’ideologia che non può più essere sostenuta da alcuna azienda o partito che si definisca riformatore e che guardi al futuro. Con il mondo globalizzato la contrapposizione ideologica fra padroni e operai è divenuta ormai obsoleta. Il nuovo obiettivo deve essere la salvaguardia del posto di lavoro e una busta paga che permetta a chiunque di condurre una vita dignitosa.
In Italia i contratti base di chi si affaccia al mondo del lavoro sono un insulto alla povertà. Quello che dovrebbe interessare oggi un lavoratore non è di avere garantita la pausa caffè, le ferie, o di
poter andare al concerto autocelebrativo del Primo maggio, ma di lavorare con uno stipendio adeguato a ciò che produce. Chi ha un lavoro precario deve guadagnare il venti, trenta percento in più di un suo pari con un contratto a tempo indeterminato. Un operaio con una famiglia non può vivere con mille euro al mese. È tanto difficile capirlo?
Invece Susanna Camusso prende carta e penna e scrive sul Corriere della Sera una letterina per ribadire la sua opposizione all’apertura dei negozi (che in molti casi faticano ad arrivare alla fine del mese) in occasione dell’arcaica festa dei lavoratori. Perché, dice lei, «consolidare dei valo­ri, dei segni di identità del lavoro fa­rebbe bene a tutti». Come avrebbe detto Totò, ma mi faccia il piacere.
E degna risposta, alla Camusso, le perviene da Dario di Vico con il suo
Guglielmo Epifani, per ammettere di aver sbagliato ai tempi del negoziato con Montezemolo sulla riforma contrattuale ha impiegato sei anni (2004-2010). Sarei stato un folle a pretendere che nel caso di Susanna Camusso, e la stravagante compagnia della Filcams sulla “la festa non si vende”, i tempi dell’autocritica si potessero accorciare. La Cgil, come tutte le grandi organizzazioni, ha il suo metabolismo e a un osservatore esterno non resta che aspettare. Intanto però posso rassicurare Camusso che nessuno vuole cancellare la Festa del lavoro, per l’indiscutibile valore simbolico e poi perché in Italia le festività è più facile aggiungerle che tagliarle. Esaurite le polemiche di giornata, però sarebbe bene che partisse una riflessione strategica sulla grande distribuzione, sulla necessità che vada all’estero, che si raccordi più strettamente con le esigenze dell’industria italiana e che dia nuovi posti di lavoro. Questa è la discussione che mi piacerebbe ascoltare e se Camusso contribuisse, rinunciando a qualche luogo comune largamente rpesente nella sua lettera, saremmo i primi ad esserne felici. La Cgil, del resto, dovrebbe sapere che se gli scaffali restano pieni le fabbriche si svuotano.
E tutto questo lo scrivo per il bene del turismo ... italiano.

4 commenti:

frap1964 ha detto...

A Rimini sì, ma a Firenze no?
Sarebbe interessante capire, se è vero, come mai.

frap1964 ha detto...

In effetti il decreto Bersani recita:

Titolo IV
Orari di vendita

Art. 11.
Orario di apertura e di chiusura

1. Gli orari di apertura e di chiusura al pubblico degli esercizi di vendita al dettaglio sono rimessi alla libera determinazione degli esercenti nel rispetto delle disposizioni del presente articolo e dei criteri emanati dai comuni, sentite le organizzazioni locali dei consumatori, delle imprese del commercio e dei lavoratori dipendenti, in esecuzione di quanto disposto dall'articolo 36, comma 3, della legge 8 giugno 1990, n. 142.

2. Fatto salvo quanto disposto al comma 4, gli esercizi commerciali di vendita al dettaglio possono restare aperti al pubblico in tutti i giorni della settimana dalle ore sette alle ore ventidue. Nel rispetto di tali limiti l'esercente puo' liberamente determinare l'orario di apertura e di chiusura del proprio esercizio non superando comunque il limite delle tredici ore giornaliere.

3. L'esercente e' tenuto a rendere noto al pubblico l'orario di effettiva apertura e chiusura del proprio esercizio mediante cartelli o altri mezzi idonei di informazione.

4. Gli esercizi di vendita al dettaglio osservano la chiusura domenicale e festiva dell'esercizio e, nei casi stabiliti dai comuni, sentite le organizzazioni di cui al comma 1, la mezza giornata di chiusura infrasettimanale.

5. Il comune, sentite le organizzazioni di cui al comma 1, individua i giorni e le zone del territorio nei quali gli esercenti possono derogare all'obbligo di chiusura domenicale e festiva. Detti giorni comprendono comunque quelli del mese di dicembre, nonche' ulteriori otto domeniche o festivita' nel corso degli altri mesi dell'anno.

Luciano Ardoino ha detto...

Mah?

La Brambilla non perde occasione per far capire che quello che sta facendo non è per niente il suo mestiere.
Però bisognerebbe informare anche la Marchioni che il settore alberghiero/ristorativo è da mo' che può stare aperto (altro che liberalizzazioni del Bersani '98).

Anonimo ha detto...

Renzi: Brambilla apra Uffizi e non annunci leggi impossibili

"Perché il ministro Brambilla anziché annunciare leggi che non può fare (perché di competenza regionale) non fa aprire gli Uffizi?". Lo scrive Matteo Renzi, sindaco di Firenze, sulla sua pagina Facebook, tornando a far riferimento alle polemiche seguite alla decisione di Palazzo Vecchio di consentire l'apertura dei negozi del centro nel giorno della Festa dei lavoratori. Nei giorni scorsi infatti il ministro del Turismo, Michela Vittoria Brambilla, aveva affermato che "liberalizzare l'apertura dei negozi nei giorni festivi può dare alla nostra economia la 'frustata' di cui ha bisogno", sottolineando anche che da tempo ha "allo studio un disegno di legge per liberalizzare gli orari degli esercizi commerciali nei comuni a vocazione turistica".
"Chi viene a Firenze il 1 maggio - afferma Renzi - troverà i negozi che lo vorranno aperti, una città piena di eventi e tante iniziative, con il Museo di Palazzo Vecchio visitabile non stop. Bene. Ma allora perché il ministro Brambilla non fa aprire gli Uffizi?". Domenica 1 maggio, infatti, la Galleria degli Uffizi rimarrà chiusa. "Al Governo - conclude Renzi - dovrebbero chiacchierare meno e fare di più".