giovedì 18 luglio 2013

Cultura e Turismo coatti?

Crisi galoppante, disoccupazione ai massimi storici, cervelli in fuga e colonne portanti del Made in Italy svendute ad investitori stranieri. 
Cosa sta accadendo a questa povera Italia? 
Chi trova giovamento in questo immobilismo e debolezza culturale?

Beh, la risposta è abbastanza semplice e vale a dire che a nessuno (di quelli che ci amministrano) frega una benemerita mazza.
Altrimenti non si spiegherebbe la situazione attuale che se confrontata con altre nazioni (ved. qui) che continuamente sfornano delle idee e delle possibilità in gran quantità … mentre noi, oltre a non fare quasi niente (senza il "quasi), abbiamo il più famoso sito culturale dell'Unesco da far paura.

Infatti, l’importante per “chillillà” è avere un careghino su cui sedersi e altri per i “commensali preferiti”, mentre non mancano mai delle poltrone inserite lì da altri politicanti di successo (a volte anche da parte dell’opposizione) … un lauto stipendio, qualche incarico a chi dicono loro, bella vita, onore e tante di quelle cosette che al cittadino normale lasciano di stucco considerando i risultati.

E per farmi aiutare in questo racconto “rubo” dal sempre bravo Stefano Monti che così scrive:

Perché si scappa dall’Italia?
Perché il nostro è un Paese che continua a non dare aspettative, perché la meritocrazia non riesce a farsi strada fra i favoritismi, perché non si riesce ad individuare gli assi strategici sui quali investire e mancano interlocutori credibili.
Il nostro Paese non realizza che è giunto il momento di mutare prospettiva e cambiare modo di pensare.
Solo modificando l’angolazione da cui si guarda all’economia, la visione che si ha del mondo produttivo, saremo in grado di concentrarci sull’elaborazione di nuovi e vincenti modelli di business, con i quali rilanciare la produttività, l’occupazione e il benessere. 

Si continua invece a lottare per le solite gare, i soliti bandi, i soliti privilegi legati al regime dell’economia assistita, che ancora s’invoca per uscire da una crisi e un immobilismo che la stessa ha contribuito a creare.
Non si riesce ad invertire la tendenza, manca la capacità di decidere dove e quanto tagliare, dove e quanto investire.
Si assiste ad un progressivo abbassamento di caratura delle personalità chiamate ad occupare i ruoli chiave del sistema Paese e lo stesso tessuto imprenditoriale rischia di cadere in errore e adottare prospettive fuorvianti, mentre è iniziata la svalutazione del nostro patrimonio culturale, economico e produttivo.

Se rimanderemo ancora il cambiamento finiremo infatti col lasciare il Paese e le sue eccellenze nelle mani dei migliori offerenti.
Non è un segreto, infatti, che gli investimenti e le acquisizioni estere nel mercato italiano abbiano registrato una rapida crescita, sono ormai due anni che la colonizzazione del Made in Italy è iniziata e in pochi riescono a prevedere cosa realmente seguirà alle recenti iniezioni di capitale estero.
Da Valentino a Bulgari, da Fendi a Bottega Veneta, le operazioni si sono concentrate inizialmente sul settore fashion, per estendersi poi a tutto il comparto del lusso, con gli yatch di Ferretti, acquistati dal gruppo industriale cinese Weichai, e il passaggio di Ducati ad Audi, fino a raggiungere la finanza e l’agroalimentare.

Si pensi ad Unicredit, uno dei principali gruppi bancari attivi in Italia, i cui primi tre investitori sono stranieri e la maggioranza, con il 6,5%, è detenuta dal Fondo Aabar di Abu Dhabi; si pensi a tutte quelle imprese del comparto food, da sempre fiore all’occhiello e cuore pulsante dell’italianità, che da tempo hanno iniziato la migrazione: Buitoni, Carapelli, Invernizzi, Parmalat, Perugina, Galbani, Locatelli, Cademartori sono solo alcune.
Le azioni incisive dei grandi gruppi industriali provenienti da Francia, Cina, Medio Oriente e States non stanno passando inosservate ed è forte il timore che molte di queste strategie acquisitive di patrimoni industriali, tecnologici e scientifici nazionali si risolvano unicamente in operazioni di sottrazione di know-how e svuotamento tecnologico.

A pagarne le conseguenze, sul lungo periodo, sarà la competitività della nostra economia, che perderà il controllo di imprese strategiche per lo sviluppo di interi comparti.
Se una volta sotto tiro vi erano i marchi storici del Made in Italy, oggi la crisi espone al rischio anche il tessuto delle PMI.

Ma a chi giova un’Italia debole?
Il patrimonio culturale ed industriale italiano, il saper fare artigianale che da sempre contraddistingue la nostra storia produttiva, le eccellenze del Made in Italy e le capacità di molti dei nostri cervelli in fuga possono costituire dei bersagli interessanti agli occhi dei grandi attori internazionali che, guardando all’incapacità della nostra classe politica e allo stallo della nostra situazione produttiva, penetrano nel mercato nazionale con rapidità e senza troppi ostacoli, a volte con intenzioni costruttive, altre meno. Le PMI italiane possono dirsi pronte ad affrontare i colossi dell’economia globalizzata?

Nel mondo contemporaneo politica ed economia sono sempre più strette in una matassa inestricabile e la globalizzazione ha scombinato ruoli, pesi ed equilibri.
Il tema della sovranità è oggi per noi un tema caldo, cosa vuol dire per uno Stato essere sovrano? Può la politica contare ancora qualcosa in un mondo in cui le grandi corporation hanno utili che superano i PIL di intere nazioni?
C’è chi la chiama crisi della democrazia, ma forse stiamo solo assistendo ad un’altra delle grandi epopee della storia, che vede nel capitalismo e nella finanza globale i suoi nuovi protagonisti.
In ogni economia è fisiologico che vi siano momenti di difficoltà e che le curve di crescita e decrescita si alternino.
La crisi economica degli ultimi anni è un fenomeno globale, ma a distinguere il caso italiano è lo stato di perenne immobilismo che avvolge le istituzioni e gli attori, una fase di stallo che si protrae da un tempo che sembra interminabile e in relazione alla quale pare non vi siano strumenti efficaci d’intervento.
Chi muove realmente le fila in questo spettacolo?
Interrogarsi sulla situazione che regna oggi nel nostro Paese e sulle motivazioni che l’hanno causata presuppone di volgere lo sguardo tanto alla politica quanto all’economia, ma siamo sicuri di avere chiaro quale politica ed economia sono realmente in ballo?









3 commenti:

Jennaro ha detto...

@Luciano

facènnoce 'e cunte,
nun vale cchiù a niente
'o peccòmme e 'o pecché.

Basta ca 'nce sta 'o sole,
ca 'nc'è rimasto 'o mare,
'na nènna a core a core,
'na canzone pe' cantà.

Chi ha avuto, ha avuto, ha avuto
chi ha dato, ha dato, ha dato
scurdàmmoce 'o passato,
simme 'e Napule paisà!

Anonimo ha detto...

Se non fanno così anche in Italia
http://www.adnkronos.com/IGN/News/Esteri/Grecia-approvato-nuovo-piano-dausterita-Via-libera-a-migliaia-di-licenziamenti_32408266436.html

vinc ha detto...

Bel post