lunedì 24 febbraio 2014

Titolo V: Un errore clamoroso che ...

Noto sempre più che il "mondo" (quelli che lavorano nel Turismo e che parlano e scrivono nel web) del Titolo V non è che se ne capiscano poi di molto.

O sarà che la presunta loro "ignoranza" è maturata per via che così conviene poiché con le Regioni ci marciano assai o ci vorrebbero marciare?
Ma facciamo un po' di luce sulla Legge Costituzionale senza ricorrere a paroloni o a quelle perle di saggezza per lo più mascherate da Arlecchino o Pulcinella che si sentono e leggono in giro.

Da un po' di tempo (finalmente) se ne parla sempre più insistentemente, ma siccome siamo italiani, la cosa probabilmente servirà per essere tramandata alle prossime generazioni senza però fare in modo di levare questo obbrobrio di Legge.

Com'è noto, il Titolo V riguarda le Regioni, le Provincie e i Comuni ed è stato ampiamente riformato con la legge costituzionale n. 3/2001 (confermata da un referendum), negli ultimi mesi del governo di centro-sinistra, nel disperato tentativo di recuperare credibilità con l'elettorato sempre più sensibile alle "sirene" del federalismo, allora in gran voga.
L'obiettivo era di dare attuazione all'art. 5 della Costituzione che individua le autonomie locali come enti esponenziali delle popolazioni ivi residenti.
In particolare, è stata ampliata l'autonomia legislativa delle Regioni a statuto ordinario, riconosciuta per la prima volta anche in via esclusiva.
Allo Stato spetta un potere legislativo pieno solo per le materie di cui all'art. 117, 2° comma, mentre la competenza è concorrente nelle materie di cui al 3° comma. In via residuale, per i casi non previsti, la potestà legislativa spetta alle Regioni.

In sintesi, le Regioni hanno acquisito ampi poteri di spesa e di organizzazione, ma, poiché il prelievo fiscale rimane in larga parte in capo allo Stato, esse non hanno alcun reale incentivo a spendere in modo efficiente (anzi, più spendono più conquistano favori locali e possono contare sulla loro rielezione, sicché il "miglior governatore" è quello che riesce a farsi assegnare trasferimenti superiori alle sue reali esigenze).

E quindi si crea quello che gli economisti definiscono un "moral hazard".

A distanza di tredici anni è facile rilevare che il sistema non ha funzionato.
Ciò si ricava innanzitutto dal lievitare dei costi per la realizzazione delle grandi opere pubbliche che coinvolgono diversi enti - sia per effetto dei ritardi dovuti alla frammentazione delle competenze, sia perché i trasferimenti statali avvengono in base alla spesa storica (quindi più e peggio si è speso nel passato più si riceve).
In secondo luogo, lo dimostrano le numerosissime pronunce della Corte Costituzionale nelle controversie tra Stato e Regioni (dal 2002: circa il 40% delle sentenze), indice di un'eccessiva complessità nel riparto delle competenze legislative che spesso diventa semplice potere di veto reciproco.
Spesso, la lunghezza delle cause che devono risalire tutti i gradi di giudizio è di per sé sufficiente a bloccare un investimento: il sistema che si è venuto a creare ha una sorta di incentivo perverso a non rilasciare autorizzazioni.
Infine, è impossibile per lo Stato intervenire anche nei casi più palesi di abuso o di mancanza di trasparenza.

Ma ancora due parole per far comprenderne meglio il danno che ...

... il denaro che le regioni possono spendere piuttosto liberamente grazie a questa autonomia arriva da una serie di imposte: compartecipazione all’IVA, addizionale IRPEF e IRAP. Le prime due sono imposte raccolte dallo Stato, che poi ne versa parte nelle casse delle regioni, mentre la terza è un’imposta regionale.
Tutte e tre però hanno la caratteristica di non garantire alle regioni un ampio margine di manovra.

Le prime due sono raccolte dallo Stato, che decide anche “quanto” raccogliere. L’IRAP è raccolta dalle regioni, ma queste hanno un margine di manovra molto piccolo per decidere se far pagare di più o di meno ai cittadini (sull’IRAP, ad esempio, le regioni posso aumentare o diminuire dell’1% l’aliquota base).

Le imposte che vengono alzate per riparare ai buchi nei bilanci regionali, infatti, sono imposte statali; e aumentano per decisione del Parlamento (che si prende anche tutte le critiche).
Molto spesso lo Stato aiuta direttamente le regioni, prelevando il denaro dalla fiscalità generale (quella che pagano tutti i cittadini) e utilizzandolo per ripianare le perdite di una sola regione.
In questo modo si toglie anche agli abitanti della regione l’incentivo a punire gli amministratori locali inefficienti.

Se la perdita viene spalmata su tutti gli italiani, gli abitanti della regione non subiscono particolari danni da una gestione poco oculata dei soldi pubblici (e paradossalmente alcuni di loro potrebbero anche riceverne dei vantaggi, come per esempio parenti assunti in regione per svolgere incarichi inutili).

Enrico Letta, in ottobre, ha pubblicamente dichiarato che la Riforma del 2001 fu “un errore clamoroso”.

Matteo Renzi, da candidato alla segreteria PD, ha auspicato in novembre la riforma del Titolo V (“non è accettabile che in tempi di difficoltà economica la politica continui con i suoi carichi di costi e le Regioni si trasformino in dei macro Stati che pensano di poter governare tutto”) e l’ha altresì posta, soltanto pochi giorni fa, come uno dei tre punti su cui sarebbe possibile trovare un accordo istituzionale fra tutti i partiti.
La sinistra del PD d’altro canto non è da meno e potrebbe, a buon diritto, rivendicare la paternità dell’idea.

Durante la campagna elettorale per le elezioni del febbraio 2013, Pierluigi Bersani pose più volte la riforma del Titolo V come priorità in caso di vittoria elettorale (Stefano Fassina ne parlò a più riprese, per conto del segretario democratico, durante le interviste “tecniche” rilasciate nel 2012 al quotidiano Il Foglio).
Anche il centrodestra, probabilmente fiutando l’aura di consenso che avvolge il progetto, ha espresso una concordanza piena (Angelino Alfano, a ottobre, ha infatti dichiarato d’essere “d'accordo su una immediata modifica”).

Per quanto riguarda Beppe Grillo e il Movimento 5 Stelle possiamo dire che, dal vasto mare delle contraddizioni e dei non-detti di questa formazione politica, una visione economica sembrerebbe alfine delinearsi e potrebbe essere sintetizzata con un imperativo netto: taglio della spesa pubblica. Quindi, secondo il paradigma interpretativo adottato nel presente articolo, anche in questo caso siamo dinanzi a una prospettiva volta a incrementare l’austerità. Naturalmente, come nel caso dei governi Monti e Letta, suddetta prospettiva troverebbe giustificazione e consenso grazie a un più che efficace paravento ideologico, ovvero grazie alla retorica del “taglio agli sprechi”. Essendo le autonomie locali le depositarie della maggioranza della spesa welfaristica – dalla sanità agli asili nido – è in qualche modo logico e coerente che esse siano divenute bersaglio privilegiato di chi promuove i tagli. Va detto, per completezza, che i pentastellati non hanno finora espresso una posizione netta sul Titolo V e si sono anzi, nei mesi scorsi opposti ai tentativi di stravolgimento costituzionale predisposti dal Governo Letta. D’altro canto, però, essi potrebbero rivendicare il fatto d’essere coloro che hanno avviato per primi – tramite la litania sull’abolizione delle Province e tramite la retorica generale sugli “sprechi” – quella campagna ideologica che oggi fa da propellente al progetto di azzeramento delle autonomie locali.

Quelle organizzazioni sempre meno rappresentative della società e che soltanto i mass-media ancora si ostinano a chiamare “parti sociali”, parimenti, non si sottraggono al coro. Nel maggio 2013, per esempio, il Presidente di Confindustria Giorgio Squinzi ha definito il Titolo V “un ibrido inefficiente”.
Il direttivo della Cgil – sindacato che, nel 2012, si era timidamente opposto alle riforme preliminari in materia apportate da Monti e di cui più avanti – ha votato in ottobre, all’unanimità, un documento affermante l’impellenza di “una profonda revisione del Titolo V della Costituzione che riduca drasticamente le materie concorrenti”.

Infine, non può mancare da questo elenco il protagonista primario dell’attuale fase politica. Il fautore d’una situazione di eversione costituzionale che, grazie ai rapporti di forza nonché alla forza dell’abitudine, viene oramai percepita dall’opinione pubblica come usuale. Mi riferisco a quel presunto arbitro delle istituzioni che ha assunto, impunemente, la facoltà di dettare la linea politica a governo e Parlamento. Mi riferisco, insomma, al senatore Giorgio Napolitano. Pochi giorni fa – il 17 dicembre – questi ha formulato l’ennesima summa teologica del proprio pensiero. Non si tratta di nulla di nuovo ma ritengo non faccia male, di tanto in tanto, ripassare i lineamenti ideologici e strategici che guidano l’azione di colui che è oggi, all’interno delle istituzioni, il principale artefice del progetto di stravolgimento della Carta: “Le riforme come il superamento del bicameralismo paritario, lo snellimento del parlamento, la semplificazione, del processo legislativo, o come la revisione del Titolo V varato nel 2001, sono convinto siano ormai questioni vitali per la funzionalità e il prestigio del nostro sistema democratico, per il successo di ogni disegno di rinnovato sviluppo economico, sociale e civile del nostro paese nel tempo della competizione globale”.

Quindi?

Beh, quindi, se anche stavolta tutte le loro belle intenzioni rimarranno solo ed esclusivamente delle intenzioni e non faranno niente per ripristinare 'sto benedetto Titolo V, questo vorrà dire che ancora una volta c'hanno preso per dei coglioni, e s'è sempre vero che per ogni coppia di "questi" c'è per forza di cose una testa di cazzo (quelli a cui sta bene così e che continuano a dichiarare che cambiare il Titolo V non è per nulla importante), il Turismo se lo può andare a prendere in saccoccia e con lui anche noi.

La morale è che personalmente non piace granché riceverlo continuamente nel deretano ... non so a voi.
Pardon per le scurrilità al termine di questo mio post ma non se ne può più, veramente!








2 commenti:

sergio cusumano ha detto...

Sono d'accordissimo ma credo che a molta gente non vada giù di cambiarlo.



Luciano Ardoino ha detto...

Caro Sergio, forse era meglio che parlavo di Sanremo.

;-)