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sabato 3 settembre 2016

LA VIGNETTA DI CHARLIE HEBDO SPIEGATA A MIA MADRE

Visto che oggi si e’ fatto un gran parlare di satira, ho deciso di fare uso privatistico di un mezzo pubblico e approfittare degli Stati Generali per dialogare con mia madre su Charlie Hebdo e la famosa vignetta....
Mamma: “QUELLA VIGNETTA FA SCHIFO!”
Io: Giusto. Fa veramente schifo. E sai perché? Perche’ e’ la satira stessa a fare schifo.
Ti ricordi il più grande autore satirico italiano? No, non Maurizio Crozza. Dante Alighieri.
Ti ricordi, nell’Inferno, il trattamento riservato ai Simoniaci, incluso Papa Niccolo’ III, con il viso immerso nello sterco e il sedere all’aria? E Maometto? Altro che Charlie, Dante lo raffiguro’ aperto in due da un taglio verticale lungo tutto il corpo, con le interiora a penzoloni, a spruzzare sangue e nutrirsi tramite “il tristo sacco che merda fa di quel che si trangugia“.
E gia’ che ci siamo, ricordi i grandi commediografi che la satira se la sono inventata, a cominciare da Aristofane? Non sto a raccontarti le zozzerie narrate ne “Le nuvole” perché non finiremmo più, ma credimi: e’ dall’inizio dei tempi che, per sua natura, nelle opere satiriche troviamo incesti, atti di coprofagia, bestemmie, vilipendi di cadavere e tanti altri atti schifosi e schifosissimi.
Il fatto che la vignetta di Charlie Hebdo ti abbia fatto schifo ci dice quindi una cosa: che si trattava di vera satira.
Mamma: MA CROZZA A ME FA RIDERE! QUESTO SCHIFO NO!
Io: Giusto anche questo. E sai perché? Perche’ Crozza non fa satira. Quando parla emiliano e dice che vuole smacchiare il giaguaro, Crozza sta facendo la parodia di Bersani. Capisci? Parodia, non satira. La parodia e’ fatta per far ridere, e’ la sua ragione sociale. La satira a volte fa ridere, a volte no. La sua ragione sociale e’ indurre una riflessione. E’, insomma, una cosa diversa.
Al pari di Crozza, non fa satira neppure Fiorello o Ezio Greggio o Gene Gnocchi o uno a caso delle decine di comici che in anni recenti sono stati presentati come “comici satirici”. Se qualcuno li ha presentati come tali, e’ stato per effetto di un grande corto-circuito avvenuto in anni molto bizzarri, anni in cui anche uno come Enrico Bertolino – la cui battute hanno la stessa pericolosità del Danette Danone – veniva messo all’indice.
Giudicare la satira con il metro del “quanto mi fa ridere” e’ come giudicare un editoriale di un quotidiano con il metro del “quanto le natiche dell’editorialista sono sode”: non c’entra nulla.
Se tu preferisci farti una bella risata, e quindi alla satira preferisci la parodia, lo sberleffo, la faccetta, il doppio-senso, il cabaret tutto ciò e’ assolutamente normale: la satira e’ una nicchia che più nicchia non si può. Lo sa benissimo il conto in banca di chi la fa: infatti generalmente dopo un po’ la abbandona e passa a fare altro (Benigni, Grillo).
MA NON SI PUO’ FARE SATIRA SUI MORTI!
Piano un momento.
La satira, abbiamo visto, ha a che fare con lo schifo. Deve, per sua natura, suscitare una reazione forte, di pancia. Deve shoccare, nauseare. E come fa la satira a ottenere questo effetto? Attraverso la rappresentazione di immagini e simboli che una certa società, in un certo momento storico, ritiene sacri (altrimenti non ci sarebbe la reazione) che vengono usati, dal satirico, come mezzi per dire qualcosa su quella stessa società.
Se in una societa’ a essere considerato Sacro e’ il Clero, ecco che la rappresentazione del satirico avrà a che fare con i Papi (Dante Alighieri). Se Sacra e’ l’immagine del profeta, ecco le vignette a carattere religioso.

Da noi, che di sacro abbiamo pochissimo, la satira spesso si serve di bare e altre disgrazie. Attenzione pero’: l’obiettivo della satira, come detto, non sono certo le rappresentazioni.
Se si mostra Maometto su una nuvola che rivolto verso il basso dice “Insomma, basta! Abbiamo finito le vergini!” l’obiettivo non e’ certo lui e tantomeno l’Islam, quanto i kamikaze e la loro folle cultura.
Allo stesso modo, mostrando l’immagine delle bare di ritorno dall’Iraq o le macerie del Terremoto o…
I BAMBINI! L’ANNO SCORSO SE LA SONO PRESA CON I BAMBINI MORTI!!
…ecco, appunto, il bambino siriano morto in riva al mare. Ho visto che oggi le tue amiche lo hanno citato in lungo e in largo. Pero’ si sono dimenticate che quella vignetta non mostrava solo il bambino, ma – in lontananza – anche un cartellone di Ronald Mc Donald che pubblicizza l’Happy Meal.
Quella vignetta, in una sola immagine (che faceva “schifo” e si serviva di una rappresentazione “sacra”) mostrava il paradosso dei migranti che muoiono nel tentativo di raggiungere una Terra Promessa, dove la Terra Promessa altro non e’ che quel delirio di centri commerciali e fast-food, di sogni infranti e economie depresse, di pubblicita’ e consumismo sfrenato che e’ oggi l’Occidente – dove l’infanzia, per giunta, e’ ridotta a segmento di mercato da conquistare a suon di offerte tipo Happy Meal.
Se la vignetta sia riuscita o no e’ un altro discorso. Qui e’ bene che tu capisca che il senso non era ridere di un bambino morto, ma riflettere (di nuovo: riflettere e non ridere, perché si tratta di satira) attraverso quella morsa allo stomaco sul dramma di milioni e milioni di persone che si trovano nella stessa situazione di quel bambino, per le quali il nostro Inferno appare loro come il Paradiso.
Quindi, secondo te, era più offensivo Charlie Hebdo, o i tanti giornali e giornalisti subdoli che hanno usato quella foto per fare click-baiting e avere più visite, in modo da guadagnare più soldi dalla pubblicità incorporata nell’articolo (pubblicità’, vedi, proprio come il Mc Donald della vignetta) ?
Allo stesso modo, la vignetta di oggi non vuole fare ridere delle persone schiacciate sotto le macerie. Vuole usare quell’immagine per far riflettere (di nuovo: riflettere, non ridere, e’ bene ripeterlo fino allo sfinimento) sul fatto che in tutti i Paesi sviluppati ad eccezione dell’Italia un terremoto di 6.2 non ti uccide.

E se in Italia ti uccide e’ perché, a causa della mentalità italiana – rappresentata con uno degli elementi più italiani di tutti, ovvero il cibo – da noi, come diceva Flaiano, tutto e’ grave eppure nulla viene affrontato seriamente, tanto meno la prevenzione sismica.
Quando ci offrono 80 euro in più in busta paga, o ieri 1000 euro in più per ogni bebe’, invece di mandarli a fare in culo e dir loro di occuparsi di cose serie – come la messa in sicurezza degli edifici – corriamo in massa a dargli il nostro voto.
Quando vediamo le immagini di terremotati di 20, 30 anni fa che ancora vivono nei container invece di indignarci cambiamo canale (e infatti nel famoso programma satirico di cui sopra quando ci si occupava di terremotati i servizi andavano in onda al sabato, quando l’ascolto non conta, perché a metterli in settimana si andava incontro a terribili debacle in termini di audience).
Quando accadono tragedie come queste siamo pronti a mobilitarci e a dare prove di coraggio e solidarietà straordinarie, ma quando si passa all’ordinario torniamo quelli di sempre, una scrollatina di spalle, un “e che vuoi farci, siamo in Italia!” e continuiamo ad auto-assolverci, facendo finta di non vedere, facendo finta di non sapere, quando invece vediamo e sappiamo benissimo, si tratti di evasione fiscale o mafia o messa in sicurezza degli edifici…
Questo voleva dire Charlie Hebdo: che quei morti non sono morti di terremoto. Sono morti di Italia.
NON ME NE FREGA NIENTE! QUELLA ROBA VA PROIBITA!
Di nuovo: che tu dica questo non solo e’ giusto ma e’ pure naturale: del resto volevano proibire anche Aristofane e Dante. Proprio perché deve provocare reazioni forti, proprio perché palpeggia la societa’ nei suoi elementi sacri, e’ doveroso che essa si ribelli alla satira e ne chieda la testa. La richiesta di censura, per la satira, e’ come il Viagra. Sono le risatine forzate, i sorrisini a favore di camera dei politici da Floris quando Crozza li imita ad ammosciare l’autore satirico: non certo la minaccia di censura, che e’ cio’ per cui il satirico vive e per cui – come si e’ visto il 7 gennaio 2015 – e’ disposto a morire.
Ed e’ qui l’importanza decisiva che la satira gioca in una società: come una cartina di tornasole, la satira ne misura la liberta’ di espressione – di cui ci beamo quanto ci rapportiamo a modelli di società alternative alla nostra – che altrimenti sarebbe impossibile da determinare. Come fare, infatti, a capire quanto una società sia libera se le opinioni espresse sono tutte, più o meno, aderenti all’ideologia ovvero rispettose del Sacro?

E’ proprio attraverso l’aggressione del Sacro che la satira si carica su di se’ il compito – ingrato, viste le denunce, i licenziamenti, e da qualche anno pure gli attentati terroristici – di testare quotidianamente il valore fondante di ogni democrazia.
“Darei la vita per difendere la tua liberta’ di espressione, ma ti staccherei la testa per le idiozie che stai dicendo” diceva Voltaire (più o meno). La satira mette la società davanti a una sfida costante, ci obbliga ogni giorno a confrontarci con noi stessi, divide i fautori della società aperta da quelli della società chiusa, ci aiuta a capire chi dobbiamo eliminare dagli amici di Facebook.
Se una societa’ ha la forza di sopravvivere al disgusto provocato dalla satira, allora e’ una società libera. Ed e’ per quello che, un anno e mezzo fa, si gridava Je Suis Charlie. Non certo perché eravamo tutti diventati fans di una rivista che esiste da decenni ed era pure in crisi di vendite.
Ma perché e’ grazie anche a quella rivista se noi oggi possiamo definirci liberi. Chissà ancora per quanto.

domenica 28 agosto 2016

... e pure questo terremoto è diventato una sagra nazionale... di retorica

Di terribile, in aggiunta al terremoto, c' è la reazione degli italiani alla tragedia.
Una retorica fatalista inquietante...

... in tutti gli altri Stati evoluti a rischio tellurico anche più forti ormai provocano solo il crollo di calcinacci e la morte di pochi sfortunati. 
Da noi no, malgrado chili di leggi antisismiche, miliardi spesi negli anni per ricostruzioni e messe in sicurezza e accise sui terremoti di mezzo secolo fa che ancora gravano sulla benzina.
Nell' ora del lutto, ci spelliamo le mani per applaudire l' eroismo dei soccorritori e dei cani della protezione civile che tirano fuori dalle macerie più morti che vivi, ed è giusto così, non fosse che si ha la sensazione che la gran parte della riflessione sull' evento finisca qui.

A ogni tragedia ci inorgogliamo, rallegrandoci l' uno con l' altro su come noi italiani diamo il meglio quando siamo nella palta, ma non sarebbe meglio chiedersi con meno orgoglio come mai nella palta ci finiamo soltanto noi? 
Un approccio polemico ma che forse aiuterebbe a non finirci più.

Dedichiamo a Giorgia estratta dopo 17 ore dalle macerie ogni ribalta, ma qualcuno ha presente la faccia della sorella morta facendole scudo con il suo corpo?
Qualcuno ne ricorda il nome?

Il Paese celebra i sopravvissuti e si attacca alla retorica per coprire la propria inadeguatezza e impreparazione mentre è solo se cominciasse a guardarsi allo specchio senza pietà nella sua misera realtà che forse la tragedia di mercoledì potrebbe non ripetersi altrettanto inesorabile.

Non andrà così.
Rapidamente, il terremoto si sta già trasformando in una sagra nazionale... e senza contare l' improponibile suggerimento della G. Meloni (ved. qui), sì, la “capa” e ( ... vabbeh!) dei “Fratellini d'Italia”, così abili a gestire e a spartirsi comode poltrone, ma solo nel proprio interesse e non certo a favore dei cittadini e di qualche “fesso” che l'ha votati (per fortuna sempre di meno), anche laddove invero risulterebbe davvero improponibile (ved. Qui).

Domenica prossima andremo tutti da Slow Food o nei locali associati a farci dei bucatini all' amatriciana, visto che per ogni euro di guadagno il ristoratore ne girerà un altro a sostenere i terremotati.
I più sensibili faranno un brindisi alla memoria di chi non c' è più.
Sagrantino o Montepulciano d' Abruzzo?
E chissà se il primo disco per raccogliere fondi e cantare le lodi al nostro popolo eroico e afflitto che ha già rialzato la testa questa volta lo farà la Pausini o Jovanotti; comunque siamo pronti tutti a comprarlo e ad andare al concerto.
Su autorevoli giornali, firme davanti alle quali mi inchino ossequioso si sono cimentate perfino nell' elogio del sisma, che formerebbe i caratteri; con tanto di esempi che poco hanno da invidiare ai deliranti scritti a favore della guerra che forgia gli uomini e tempra i popoli che fiorivano in Italia all' inizio del 1915.
La tragedia umanitaria come tappa indispensabile per diventare veri uomini.

Ma per capire cosa significa davvero questo terremoto è forse più formativa la lettura dei giornali stranieri, ossessionati dalla medesima domanda: perché solo in Italia un sisma di 6.0 gradi d' intensità Richter equivale a un bombardamento a tappeto?
Si dirà: paghiamo il prezzo della storia, il Centro Italia è un museo a cielo aperto.
Ma anche questa è solo retorica, visto che sono venute giù scuole costruite con criteri antisismici nel 2012 e orride palazzine anni '50.

In un eccesso di ottimismo e per tirare su il morale della truppa, esponenti del governo si sono spinti a dire che oltre a essere un dramma il terremoto può anche rivelarsi un volano per l' economia, cosa da non sottovalutare in questi tempi di scarsa crescita.
E guai a chi si fa venire in mente l' imprenditore che "rideva nel letto" ai tempi dell' Aquila ipotizzando futuri guadagni da ricostruzione.
Un conto è il privato, altro il pubblico: la differenza in fondo è tutta qui, ma vuoi mettere?

E guai anche a chiedersi: ma se la ricostruzione è questo immenso business perché non ci siamo buttati prima nell' altrettanto grande affare della prevenzione, che peraltro ci avrebbe risparmiato la seccatura di ripulire i villaggi e trovare le tende dove alloggiare i nuovi profughi.

Già, perché adesso i terremotati senza tetto hanno preso a chiamarli così.
Poco male, significa che per distinguerli dagli italiani, che sulle case cadute, quasi tutte seconde, hanno pagato doppia Imu, gli extracomunitari spesati in hotel cominceremo a chiamarli villeggianti.

Dulcis in fundo: i vigili del fuoco che generosamente chiamiamo eroi, hanno il contratto scaduto da sette anni.
A qualcuno importa qualcosa?
Promuoviamoli a super eroi, forse si accontenteranno.


Di Pietro Senaldi e poco poco di me...

giovedì 11 agosto 2011

Ma tanto non lo capiscono il Benchmarking elementare, figurati quello complesso

E vabbè dai, mettiamola così; il benchmarking è un pò come copiare (meglio se comparare) i compiti a scuola dagli alunni migliori (diciamo cinque) della classe.

PREMESSA
Ieri sera sono finalmente arrivati i tanto sospirati (da me) dati sulle partenze turistiche internazionali dei giapponesi.
Ma perché proprio i loro sono così importanti?
La risposta, senza tanti abcdef … o 12345 … è una sola.
Infatti, al di là della crisi mondiale, il Giappone ha ricevuto anche una sonora disgraziata “battosta” per via del terremoto e per quello che è derivato da questo sconquasso.
E’ anche noto che il popolo giapponese sia alquanto sciovinista, molto ma molto più di quanto lo siamo noi (non dico tutti ma una buona parte) e pertanto tutta la nazione (ovviamente senza contare il Governo) ha dato molto del suo per aiutare i connazionali.
Chiaro che questo abbia comportato un abbassamento delle proprie disponibilità finanziarie, compromettendo magari anche un qual cosina per le proprie imminenti vacanze.
Forse per noi è incomprensibile che questo sia vero, ma statene certi che così è (non dico tutti ma una buona parte).
Comunque sia o come non sia, l’outbound turistico dei giapponesi ha subito di colpo un logico ed evidente abbassamento percentuale delle loro presenze nelle nazioni estere.
E fin qui non ci piove ma mi fermo un attimo e faccio un esempio che è pertinente, eccome lo è.

ESEMPIO
Avete mai sentito dire da uno degli 8.000 (ottomila) sindaci italiani che lui stesso è un fallimento (?); e l’avete mai ascoltato da qualcuno dei loro predecessori (?); e quelli ancora prima?
Quindi se sommiamo gli attuali ottomila, agli ottomila precedenti, poi ottomila eccetera eccetera, la cifra che “troviamo” raggiunge la popolazione di una città di media grandezza, anzi qualcosa anche di più.
Ora di come vadano i Comuni italiani (non tutti ma gran buona parte e anche di più), vabbè, lasciamo perdere ch’è tempo perso parlarne ancora.
Però da loro sentirete dire in grande quantità delle frasi tipo “La colpa è di quello che c’era prima, del Governo che non dà i – piccioli -; del tempo e chi più ne ha più ne metta.
Ed ecco qua cosa succede a Mississauga (è la terza volta che lo scrivo ma sembra che a nessuno freghi qualcosa), mentre addirittura un mio fondo che descriveva la città con la particolarità del caso è apparso nella prima pagina di un famoso quotidiano italiano, ma non è servito ad un ciufolo.
Bontà loro.
La Sindachessa, tale Hazel McCallion che ha raggiunto la venerabile età di 90anni, e che per ben 11 volte di fila (dal 1978) ne è diventata e rimane il Mayor.
Qui in Italia non si può; la legge dice che lo si può fare al massimo due volte, ma forse è meglio così, sennò la terza volta con chi potrebbero prendersela se sono andati male?
Da questa data (1978) la città non ha più preso in prestito del denaro dallo Stato, né dalle banche, non ha alcun debito e nelle casse personali dispone di oltre 800 milioni di dollari per i casi di necessità (si, avete letto bene, ottocento milioni di dollari).
In 20anni ha più che raddoppiato la popolazione portandosi a circa 800.000 abitanti ed è sede di molte aziende rinomate che hanno preferito Mississauga ad altre più grandi città del Canada.
La città poi dispone di ottimi servizi per i residenti, è pulitissima; insomma, una città che definire perfetta è troppo poco.
Ebbene sapete quanti sindaci italiani si sono informati presso questo comune canadese per poter capire come la McCallion e la sua giunta possano riuscire in questa impresa qua?
ZERO a parte me, ma io non sono un sindaco, faccio tutt’altro.
Quindi il famoso “BENCHMARKING” che è scritto da tutte le parti e in ogni dove ne senti parlare, a nessuno (o ben pochi) può fregare di meno.
Ma tanto non lo capiscono.

IL BENCHMARKING
E’ un processo continuo di misurazione di prodotti, servizi e prassi aziendali, mediante il confronto con i concorrenti più forti" (Robert Camp, Benchmarking. Come analizzare le prassi delle aziende migliori per diventare i primi, Editore Itaca, 1991).
E tornando a parlare dei turisti giapponesi che sono usciti dai loro confini per le vacanze o anche per lavoro, ci si può incontrare (stranamente ma era prevedibile) con delle nazioni che, nonostante tutto l’accaduto in Giappone e nel mondo, hanno incrementato le presenze dei medesimi rispetto all’anno precedente.
Le altre hanno inesorabilmente perso molte presenze.
Ma credete che qualcuno l’abbia fatto?
Ma certo che no, e comunque eccole qua (ritagliate e assemblate).



Trovate queste bisognerebbe andare a cercare il piano di marketing (dettagliato alla massima potenza) che ciascuna nazione e i vari T. O. hanno elaborato nei loro pacchetti tra quelle elencate con il segno +, e che hanno attuato in e per quel lontano Paese.
Confrontare, imparare, tagliare, aggiungere eccetera eccetera, e naturalmente monetizzare.
Credete che qualcuno l’abbia fatto?
E figuriamoci un pò, ma forse volete che ve lo dica?
Toh, proprio come hanno fatto per Mississauga e la Hanzel McCallion.

P.S.: Naturalmente si può fare per qualsiasi nazione, ma quest’anno l’esempio del Giappone non si poteva perdere.
Inutile dire che questa  è soltanto una sciocchezza, poichè le cose da attuare per un buon benchmarking e non solo, sono ben altre. Ma intanto cominciate da questa poi ...
E … ma tanto non lo capiscono.

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