giovedì 23 gennaio 2014

Intervista (neanche poi tanto vecchia) a Bernabò Bocca (presidente Federalberghi)


Da (Intervista pubblicata su Sette – Corriere della Sera il 18 settembre 2013)

A un certo punto gli chiedo: scusi, ma che razza di nome è Bernabò? 
Sorride: «Mia madre è della famiglia Visconti di Modrone e un nostro antenato, signore di Milano, si chiamava così. 
Da bambino mi sfottevano parecchio. 
Il mio soprannome è Bobo». Bernabò Bocca, 49 anni, è imprenditore alberghiero, senatore del Pdl e marito di Benedetta Geronzi, figlia di Cesare, ex boss del sistema bancario italiano. 

Lo provoco: è facile fare l’imprenditore quando si ha il suocero che elargisce fidi. Replica: «Sono proprietario di tutti i palazzi che ospitano i miei hotel. Gli immobili valgono più dei suoceri».
Bocca, mondanissimo, ha una rete di amicizie imponente. La prima cosa che spunta se digiti il nome su Google è l’elenco degli invitati vipponi al suo matrimonio. Commenta in tono finto-disperato: «Lavoro da anni per nulla». La cerimonia venne celebrata dal cardinale Tarcisio Bertone. Quando glielo faccio notare e alludo a un intreccio di interessi tra le banche, il suocero e il cardinale, mi ferma: «E no. Io conosco Bertone da quando ero bambino. Lui è nato a Romano Canavese, dove la mia famiglia andava in villeggiatura».
Lo incontro in una saletta austera di Palazzo Madama. Dice di essere in Senato per fare lobbying e avvicinare la politica al mondo del turismo. Quando ne parla ha le idee piuttosto chiare: «Ricorda quando si diceva “piccolo è bello”? Nel turismo non è più così. Ora piccolo è complicato. Piccolo non sta sul mercato».

Vorrebbe vedere chiusi i piccoli alberghi?
«Vorrei che una piccola impresa familiare che non riesce a soddisfare le esigenze dei turisti avesse la possibilità di convertire i suoi immobili a uso abitativo».
Piccolo è romantico.
«Piccolo è spesso inadeguato. Dobbiamo riqualificare il nostro patrimonio alberghiero».
Cinico.
«Penso al sistema. Ha senso che in Italia non ci sia un ministero del Turismo?».
C’era ed è stato abolito.
«Quello dell’Agricoltura è stato abolito, ma è rinato come ministero per le Politiche Agricole. Il turismo in Italia rappresenta il 10% del Pil, ma manca una politica seria: se vado nell’Algarve, in Portogallo, trovo un posto decisamente meno bello della Sicilia, che però con il golf attrae turisti otto mesi all’anno. In Sicilia trovi hotel aperti solo 60 giorni su 360. Ha senso?».
Lei è favorevole al proliferare dei campi da golf?
«Quello del golf è un turismo ricco con alta capacità di spesa. E in alcune aree allunga la stagione».
Lei gioca a golf?
«No, solo a tennis. E sono abbastanza forte».
Qualche settimana fa gli ambientalisti hanno protestato contro chi vuole costruire un campo da golf a Capalbio.
«Ne andrebbero fatti un paio. Subito».
Gli ambientalisti sono contrari: il golf ha bisogno di troppa acqua e danneggia la fauna.
«Meglio il golf o una speculazione edilizia?».
Non è detto che si debba scegliere tra queste due opzioni.
«L’Italia è il Paese degli eccessi. Si va dalla cementificazione incontrollata al conservatorismo estremo: o sviluppo selvaggio o nessuno sviluppo. Sa quanti problemi ho avuto io con i soprintendenti? Divieti su divieti. Questo non si tocca. Questo non si fa. E poi fanno arrivare le navi da crociera fino a piazza San Marco».
I soprintendenti hanno il dovere di proteggere e tutelare il nostro patrimonio culturale.
«Già, ma per troppo tempo ci siamo cullati con la retorica del Paese più bello del mondo. E non abbiamo investito abbastanza. Ora i monumenti cadono a pezzi».
Lei è favorevole all’intervento dei privati per ristrutturare i monumenti?
«Certo. Ben vengano».
C’è chi si oppone: vedere un palazzo storico impacchettato in una gigantesca pubblicità non è bello.
«Meglio un palazzo ricoperto di pubblicità per qualche mese di un palazzo crollato».
Forse basterebbe che lo Stato investisse nei Beni culturali qualche soldo in più.
«Pd e Pdl sui finanziamenti alla cultura sono d’accordo solo a parole. In realtà c’è uno scarsissimo interesse. Anche per il turismo. Lo ammetto: non ho molta fiducia nel Paese».
La prima cosa che andrebbe fatta?
«Il rapporto tra Stato e imprenditori. Qui fare l’imprenditore è una colpa. Gli stranieri non investono in Italia perché non c’è certezza di nulla. Oscar Farinetti, il genio di Eataly, mi ha raccontato che dopo aver spiegato al sindaco di New York quante persone avrebbe assunto, è stato accolto con i tappeti rossi. Da noi succede il contrario. Viva gli imprenditori sani».
Bocca, lei è senatore del Pdl e il suo leader, Berlusconi, è appena stato condannato per frode fiscale.
«Sostengo pienamente la sua innocenza».
Lei quando ha cominciato a fare l’imprenditore?
«A ventitré anni sono diventato assistente di mio padre».
Che studi ha fatto?
«Liceo classico a Torino. Poi un’università privata di amministrazione aziendale».
Era adolescente negli anni Settanta.
«E andavo a scuola sotto scorta. Per paura dei rapimenti: la mia famiglia era proprietaria delle Cir, le Concerie italiane riunite, che poi vendemmo a De Benedetti».
Ha una decina di hotel. Dove vorrebbe aprirne un altro?
«A Londra. Lo stiamo cercando».
L’albergo che vorrebbe possedere?
«Il Berkeley, proprio nella City».
Tra gli italiani?
«Il San Pietro a Positano. Anche se in realtà evito di investire nei luoghi di vacanza. Preferisco il turismo non stagionale».
In un suo hotel ha pasteggiato pure Papa Benedetto XVI.
«A Villa Matilde a Romano Canavese. Ci è stato anche George W. Bush. Una piccola avventura…».
Racconti.
«Nel 2006 ci chiesero disponibilità per ospitare la squadra americana di bob. Noi preparammo tutto, anche lo spazio per l’attrezzatura sportiva. Ma poi scoprimmo che era tutta una copertura inventata dal servizio di sicurezza per non far sapere che sarebbe arrivato il Presidente degli Stati Uniti».
Olimpiadi di Torino nel 2006, i mondiali di Italia ’90… Col senno di poi, soldi investiti male.
«Nel caso di Torino c’è stato qualche spreco ma il saldo è positivo. A Roma, invece…».
È favorevole a riportare le Olimpiadi in Italia nel 2024?
«Sarebbe un’occasione per creare nuove infrastrutture».
O gettare denaro pubblico. O favorire investimenti malavitosi.
«Non si può generalizzare. Atene è andata in bancarotta a causa delle Olimpiadi. Barcellona è rinata».
Lei ha molti amici. Nel Pdl a chi è più vicino?
«A Berlusconi e ad Alfano».
Quando ha conosciuto Berlusconi?
«Nel 1990. Perché col mio gruppo sponsorizzai una trasmissione Mediaset sul golf. Ho continuato a frequentarlo».
Alfano è il futuro leader del centrodestra?
«In futuro. Direi di sì. Ora c’è Berlusconi».
Si sbilanci, lei non è un politico di professione.
«Qui ci sono stato messo. Non mi sono guadagnato le preferenze. Se come presidente di Federalberghi piazzo qualcuno in un cda, mi faccio firmare un foglio con le dimissioni in bianco. Allo stesso modo, Berlusconi mi ha messo qui e io rispondo a lui».
Qual è l’errore più grande che ha fatto?
«Aspettare troppo per fare figli».
La scelta che le ha cambiato la vita?
«Non restare a Londra quando ci sono stato a metà anni Ottanta. Lì mi sarei occupato di finanza».
Che cosa guarda in tv?
«Molto sport. Sono uno juventino sfegatato. E seguo tutte le partite con Fabio Gallia, l’amministratore delegato di Bnl».
Il film preferito?
«I soliti sospetti di Bryan Singer».
La canzone?
«Ne scelga una a caso di Battisti o di Dalla».
Il libro?
«Ho appena finito Inferno di Dan Brown».
Conosce i confini della Siria?
«Giordania, Libano…».
In Medio Oriente dove aprirebbe un hotel volentieri?
«Ad Abu Dhabi. Dove i cittadini non pagano tasse. Un sogno, eh».
Sa quanto costa un litro di latte?

«No. Non ho mai fatto la spesa in vita mia. Fino a pochi anni fa ho vissuto in hotel».
Com’è la vita in hotel?
«La migliore del mondo. Soprattutto se, come me, non paghi».















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